Qualcuno mi disse, una volta, di punto in bianco:"Ho deciso che voglio vivere pericolosamente". Ora: tralasciando ogni pregiudizio che ho ragione di avere nei confronti di questa persona, devo ammettere che questa frase è ancora lì riecheggiante nella mia testa. Si perché non è così banale, ammesso che uno voglia sul serio mettere in atto una volontà del genere.
Vivere pericolosamente potrebbe significare mettere da parte i cosiddetti paletti mentali che disegnano il percorso delle nostre azioni mentre, ignari, ci impegnamo ad evitarli.
E va da sé che questi paletti spesso coincidano con paure, modelli, convenzioni e convinzioni adottati per comodità, Dio solo sa a che servono.
O forse, celata in questa frase, c'è una voglia di vita a "ruota libera" senza preoccuparsi delle conseguenze, di surfare tutte le occasioni che si presentano fregandosene di sapere dove ti porteranno, ché tanto c'è n'è un'altra subito dopo da prendere al volo. O magari per attuare questa cosa, ci vuole una dose di incoscienza tale da rischiare il tutto per tutto ma che alla fine ti porta ad essere vincente.
Nel senso relativo del termine, ché per te puoi essere vincente ma per me sei un emerito cretino. Ma per te sei vencente, e quindi sei felice e bonalé.
Vivere pericolosamente presuppone l'avere coraggio, immagino.
No, perché mi pare ci sia tanta gente che ostenta un coraggio che il più delle volte è soltanto un rischio calcolato. E allora so' bboni tutti.
Tutta questa relatività mi fa impazzire, dannazione, non trovo il bandolo in questa matassa di finti eroi che spesso non denunciano le proprie debolezze temendo il giudizio altrui.
E se invece fosse che vivere pericolosamente consista nel fatto di dire sempre e comunque quello che pensi? Certo sarebbe valido anche nel caso uno ammetta di avere delle paure, perché è decisamente più pericoloso rischiare che qualcuno possa impugnarle e farti il culo.
Insomma, nella vita, è necessario andarci cauti o tocca vivere come Patrick De Gayardon che, poveraccio, sappiamo tutti la fine che ha fatto? Per intenderci ovviamente, ché quella per lui era una passione. Però allora mi chiedo: è forse la passione che ci rende ciechi, l'unica forza che ci fa muovere ed agire liberi? E quanti sono quelli che queste passioni ce le hanno veramente? Da che si giudica la purezza di una passione? La passione è soltanto di quelli che suscitano ammirazione? E se la tua passione deriva da quella di un altro, è passione vera o un semplice desiderio di identificazione?
Piuttosto, non sarà che vivere pericolosamente voglia dire scorgerti in lontananza, non perderti di vista e cercare di raggiungerti costi quel che costi? Trovarsi può essere estremamente pericoloso, perché potrebbe anche non piacerti, generare un grosso conflitto interiore e porti davanti ad una sfida non semplice da vincere: quella di accettarsi.
P.S. Questo non è un post di natura esistenziale. No, pur nella sua semplicità poteva sembrare. E invece l'ho scritto credendomi Jessica Rabbit. Siccome molti pensano che una strappona non è in grado di enucleare certi concetti, allora volevo fare l'esperimento.
Errata corrige: Ehm..non so se qualcuno di voi si sia accorto della panzana che ho scritto. Se sì, è stato moolto carino a non dirmelo. Non essendo una cultrice di sport estremi, ho confuso Manolo con Patrick De Gayardon che per me possono tranquillamente essere la stessa persona poiché, anche qui non ci giurerei, negli anni '80-'90 uno dei due o tutti e due, facevano la pubblicità di orologi e, purtroppo io li conosco solo per sto fatto...Sector No Limits, mi pare. Comunque stanotte ho avuto l'illuminazione che Manolo non è quello morto e sono desolata per aver scritto questa cosa, ché già ci pensa da solo a rischiare. Bene o male però, mi sono fatta una cultura, tipo che la specialità di Manolo sono le arrampicate estreme mentre De Gayardon voleva emulare Icaro con il paracadute il quale, sfortunatamente, non si è aperto nell'aprile del 1998.