Dicevamo, oggi, che Marco Travaglio l'è proprio un gran figo.
Dicevamo delle sigarette sul balcone in balìa del vento che più o meno ogni sera investiva la palazzina dove abitavo.
Dicevamo di tempo ritagliato finalmente, oggi, per fare quello che ci piace. Beninteso: non per diletto ma per non pensare.
Dicevamo di letture che denunciano l'artificialità del ruolo di politici, comici intelettuali, giornalisti di cui pomposamente questo paese si vanta.
Dicevamo di gente che, non avendo un cazzo da fare ogni giorno, fa il pieno delle tue energie e della tua pazienza tediandoti con discorsi pieni di niente tale è la loro vita.
Dicevamo di ex storie. Alcune rinnegate per la vergogna, altre ostentate con tenerezza ed orgoglio.
Dicevamo di sogni, deliri e invenzioni concepiti in gioventù. Di chi è riuscito a farne ricchezza e di chi come noi, ha ammesso che erano semplici stronzate.
Dicevamo di prenderci una pausa per fare pipì.
Dicevamo di paure seccate dal tempo e di nuove che germogliano nel presente.
Dicevamo che ci manchiamo ma senza osare troppo. Ché tutt'e due si ha rispetto del limite della commozione dell'altra.
Non dicevamo che era meglio non definire i contorni del nostro passato. Per il motivo di cui sopra, l'abbiamo fatto e basta.
Ché quando si tratta di piantare una sonda nei ricordi, entrambe ci si perde in un nero pesto.
Da Santoro, tra gli intervistati del reportage, nessuno conosce Dell'Utri.
Alla luce di quello che stavo scrivendo, capisco che le cose vere sono quelle che strettamente ti stanno vicino. Tutto il resto finge.
STTT, adesso zitti che c'è Travaglio. Se i Travagli sono questi, io ci sto.
giovedì, novembre 30, 2006
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