Non c'è mai limite alla ricerca sul comportamento umano, lo capisco.
Bisogna pur trovare una giustificazione alla cattiveria e alla spietatezza umana.
Cosicché la coscienza e la morale si appiattiscono sotto la mole dei dogmi scientifici.
Tutto diventa legittimo in nome di un ordine naturale non capovolgibile.
La sociobiologia contemporanea è da ricollegare, senza ombra di dubbio a Charles Darwin e alla sua teoria sull’evoluzione del mondo biologico. Darwin, in sostanza, aveva considerato la lotta per la sopravvivenza dei più idonei come impulso fondamentale presente sia nella vita degli animali sia nella vita dell’uomo ed aveva applicato questo suo principio sia all’evoluzione della specie sia all’evoluzione all’interno delle singole specie. Così, dalla lotta per l’esistenza, emergono le specie più idonee e, nell’ambito della stessa specie, prevalgono i singoli elementi più idonei. Anzi, secondo Darwin, vi è continuità tra selezione tra specie e selezione tra individui nel senso che la selezione delle specie più idonee avviene attraverso la selezione degli individui idonei.
Edward WILSON è l’esponente più noto di questa scuola sociologia ed afferma che essa è lo studio sistematico delle basi biologiche di tutte le forme di comportamento sociale, in tutte le specie di organismi, compreso l’uomo.
Mentre Darwin si riferiva all’individuo, i sociobiologi prendono le mosse dal concetto di gene e selezione ed evoluzione sono considereate in relazione ad esso.
I geni possono essere definiti come quegli elementi biologici che si trasmettono ereditariamente riducendosi in progressione con l’allentarsi della parentela. Il genotipo è il patrimonio genetico che si trasmette ereditariamente (costituito dall’insieme dei geni propri di un individuo ed è detto anche codice genetico), il fenotipo è ciò che appare manifestamente nel comportamento ed è il risultato dell’interazione tra patrimonio genetico (genotipo) e ambiente (nel senso lato del termine).
La vita sociale quindi non va spiegata in termini di lotta per la sopravvivenza individuale ma impostata in termini di lotta per la sopravvivenza del gene e questo taglio particolare consente anche di spiegare il fenomeno dell’altruismo, il quale era rimasto sostanzialmente inspiegato dall’interpretazione rigidamente individualistica del discorso. L’altruismo, quando si manifesta tra parenti tende a salvaguardare la trasmissione del patrimonio genetico mentre quando esso si manifesta tra non parenti è spiegato facendo riferimento al minore pericolo che gli individui corrono qualora accettino di aiutarsi l’uno con l’altro a evidente vantaggio del gruppo.
Secondo Trivers, l’altruismo reciproco è favorito: da una lunga durata della vita (perché ciò aumenta la probabilità che gli individui si trovino in condizioni adatte a manifestarlo); dalla ripetuta interazione tra stessi individui; da un’alta interdipendenza fra i membri di una popolazione.
Il presupposto, però, è sempre che i processi biologici che svolgono la loro influenza sul comportamento dell’individuo sono inconsci.
Oltre all’altruismo, altri comportamenti cui la sociobiologia ha dedicato ampio spazio sono:
1) l’aggressività – che ha una funzione adattiva nel senso che essa tende a difendere le limitate risorse a disposizione da gruppi esterni;
2) comportamento sessuale – le diversità che intercorrono tra il maschio e la femmina nel comportamento sessuale sono da riportare alle vie inconsciamente seguite per far sopravvivere il maggior numero di geni. Così, il maschio cercherà di accoppiarsi con il maggior numero possibile di femmine mentre la femmina sarà soprattutto selettiva nei confronti del maschio. Negli umani è così spiegato il diverso codice morale per i maschi e per le femmine.
CRITICA
1) Che il comportamento umano sia influenzato dai geni è fuori di dubbio. Il problema è stabilire quali geni influenzano quali comportamenti. E poi, il discorso è complicato anche dagli stessi sociobiologi che asseriscono che il comportamento biologicamente fondato è sempre mediato anche culturalmente. Wilson stesso, infatti, afferma “che la variazione culturale è di origine fenotipica invece che genetica è dimostrata dalla facilità con cui certi aspetti della cultura possono cambiare nello spazio di una singola generazione: troppo rapidamente per essere di natura evolutiva”. La base biologica, non compare mai allo stato puro ma sempre mediata dalla cultura. Wilson afferma che la molteplicità delle configurazioni culturali non può in quanto tale essere ridotta entro lo schema evoluzionistico anzi, egli giunge a temere che la cultura possa avere il sopravvento sull’evoluzione in modo definitivo privando così l’uomo dell’umanità che il comportamento fondato biologicamente invece assicurerebbe.
2) Nell’ambito della stessa sociobiologia esiste una pluralità di posizioni che vanno da quelle più intransigenti secondo cui prima o poi ogni comportamento sarà spiegato in termini biologici a quelle secondo cui invece la cultura tende a prendere il sopravvento sulla natura. Wilson ha cercato egli stesso di attribuire alla cultura una base genetica ma è evidente come vi sia inconciliabilità tra l’affermazione del carattere mediato culturalmente delle società umane e quella secondo cui i mutamenti culturali hanno anche per ciò che concerne i loro concreti e specifici contenuti una base biologica.
3) Le affermazioni sostanziali di Wilson per avere una certa plausibilità devono mantenersi su un piano di grandissima generalità. Nella sociobiologia manca la capacità di cogliere la specificità storica delle società umane ed essi non sono in grado di chiarire i modi specifici in cui la base biologica si traduce nelle singole società umane. Le loro affermazioni sono dunque generiche ed astoriche. Sarebbe facile cedere alla tentazione di credere che in realtà nulla cambia ad opera dell’uomo e che tutto è chiuso entro leggi prestabilite naturalmente: la sociobiologia, però, non si pone questo problema, non vede il suo legame con la società e la storia, non coglie la sua stessa socialità e storicità (la sociobiologia è nata quando le grandi idee libertarie, in base alle quali solo alle società come si sono storicamente costituite va imputata la condizione di non libertà dell’uomo, entrano in crisi).
4) Il grande problema della sociobiologia è il fatto che essa non coglie la specificità storica: ora, occorre stabilire se ciò è importante o meno. Wilson dice di no ed afferma che la sociobiologia è interessata agli aspetti più generali della natura umana ed il mutamento non è considerato come realtà storica quanto come evoluzione naturale. Ciò comporta le seguenti considerazioni critiche: 1) la sociobiologia costringe ad una presa di posizione sui valori che nessuno potrebbe ridurre alla base genetica del comportamento (critica di tipo weberiano); 2) l’esclusione delle variazioni storiche dal campo di interesse scientifico comporta necessariamente la noncuranza nei confronti di ciò che può essere trasformato umanamente, e che tale noncuranza non può non essere ideologica (critica di tipo marxista); 3) al società umana è un insieme di significati interponessi e intersoggettivi che sorgono dall’interazione non secondo principi stabiliti ma in modi potenzialmente infiniti e quindi imprevedibili e ciò che rende possibile la società è la comunicazione; ora anche se Wilson si dichiara d’accordo con questa affermazione, se si ammette che il linguaggio in quanto offre possibilità infinite sfugge alle leggi evoluzionistiche i principi che stanno alla base della sociobiologia cadono tutti (critica di tipo interazionista, etnometodologica, fenomenologica).
5) Ora, abbiamo visto come quando la sociobiologia cerca di andare oltre le affermazioni di principio e tenta di indicare i modi concreti in cui tali possibilità biologiche si attuano, il suo discorso non va né può andare oltre l’ipotetico: la sociobiologia rimane sempre molto generica e priva di specificità storica. Tale enorme limite permane anche se si abbraccia il punto di vista di una nuova corrente della sociobiologia di impostazione “neodarwiniana” i cu rappresentanti sostengono che nella società umana è vero che la cultura ha sostituito le influenze genetiche ma che lo schema evoluzionistico di base rimane uguale. Così, non è il gene ad essere tramandato nel patrimonio genetico da una generazione all’altra ma il nema cioè microtratti culturali capaci di replicarsi e di fondersi. Quindi, come già in Spencer rispetto a Darwin, l’evoluzionismo si stacca dalle sue basi biologiche per diventare uno schema esplicativo di carattere generale. La sociobiologia dunque, anche in questa sua nuova versione, rimane essenzialmente astorica e, come tale, non coglie le differenze distintive che poi sono quelle che veramente interessano dato che solo attraverso esse si può comprendere la specificità dei fenomeni stessi.
6) Occorre poi notare che il gene, l’unità fondamentale alla base del patrimonio genetico di ogni individuo è un’entità astratta che può essere utile per interpretare certi elementi del processo biologico ma che proprio in quanto astrazione non può essere considerata senz’altro come la rappresentazione diretta di una realtà oggettiva: non vi è nessuna prova che esista una componente genetica che determini le differenze nei linguaggi o nei sistemi sociali umani.
In conclusione, possiamo solo dire che merito della sociobiologia è quello di averci ricordato le basi biologiche del comportamento umano, i tempi lunghi della sua trasformazione e noi la possiamo apprezzare solo se la inquadriamo alla luce dei condizionamenti storico sociali che subisce e nell’ambito dei quali è emerso il suo successo.
venerdì, settembre 29, 2006
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
0 dimmelodai:
Posta un commento